• Chiara Ricchiuto

"Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città": la narrazione di una Aleppo che si deteriora

“Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città” è la quarta pubblicazione di Khaled Khalifa, del 2013, tradotta in italiano solo nel 2018. L’autore, siriano, nato nel 1964, anno nel quale avvenne il colpo di stato da parte del partito Ba’ath in Siria, scrive un’opera che si incentra sulla descrizione e sul modo in cui viene vissuta la città di Aleppo da alcuni dei suoi abitanti, affogati in un senso di malinconia per il passato che si trascinano dietro come un peso nelle loro vite. I soggetti di descrizione dell’autore sono tutti abitanti alla città di Aleppo e che orbitano intorno alla vita del protagonista, che rimane anonimo e che nasce il giorno della rivoluzione ba’athista, elemento che lo accomuna parzialmente con l’autore, nato in quello stesso anno. La vita dell’anonimo protagonista viene segnata da questo evento sin dalla sua nascita, allo stesso modo in cui questo ha segnato la Siria.

Partendo dai suoi primi anni di vita, il protagonista racconta scorci di vita della madre, delle sorelle Sawsan e Su’ad, del fratello Rashid e dello zio Nizar, all’interno di una Siria e di una Aleppo sempre più segnata dalla morsa del regime di Hafez al-Asad e dal controllo del partito.

Tutti i personaggi coinvolti nelle vicende raccontate sono macchiati da esperienze vissute che gli fanno provare un’estrema vergogna e che li incatena ad un passato che diventa sempre più soffocante. Soffocante come la casa della madre del protagonista, che diventa gradualmente più invivibile, ma abitata da una donna che rifiuta di abbandonarla.

La città, sopraffatta dai membri del Partito Ba’ath, dalla sua corruzione e dalla sua vergogna, viene definita dal fratello del protagonista Rashid come “un posto che trasuda solo dolore”, in cui vivono come morti viventi. Il processo di trasformazione di Aleppo e della Siria viene raccontato nelle esperienze dapprima della madre, proveniente da un paese di campagna, poi dal fratello della madre, Nizam, e nei suoi tentativi di fuga per poter vivere più liberamente la propria sessualità, e infine dai tre fratelli. Nelle loro vite estremamente differenti, ciò che accomuna i membri della famiglia è il senso di rimorso nei confronti di un passato e di una città che cambia intorno a loro senza che se ne rendano conto, così come la vita gli scorre addosso senza una reale percezione. Ognuno di loro sente il bisogno di abbandonare Aleppo e la sua deteriorazione, molti di loro lo faranno (ad eccezione del protagonista, o almeno rispetto a quanto lui stesso decide di raccontare), ma torneranno sempre inevitabilmente nel luogo in cui sono cresciuti e che disprezzano, nella sua criminalità nascosta perché protetta dal partito a cui appartengono, dalla sua ipocrisia e dal suo immobilismo dettato dalla paura della reazione del regime, che in taluni casi li assorbe e li annichilisce. Ma soprattutto, non possono fare a meno di tornare nella città pregna della loro stessa essenza e da cui tentano in ogni modo di fuggire.

I personaggi, individualmente ma intrecciandosi fra di loro, percorrono per tutta la durata del libro un percorso verso la morte. La morte viene presentata sin dalle prime pagine in diverse forme: per qualcuno giunge inaspettata, da qualcuno bramata, da qualcun altro rischiata. Ma la pressione maggiore viene esercitata dalla morte che si percepisce intorno ai personaggi e nella città, e che procede lenta e inesorabile:

“riflettevo sul fatto che Aleppo era effimera, proprio come l’atto del dimenticare. Tutto ciò che di lei rimaneva non era la sua forma reale, ma una menzogna che ci reinventavamo ogni giorno per non morire”.

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