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Melilla: frammenti di Unione Europea in Africa

Introduzione

Melilla, insieme a Ceuta, costituisce il solo confine terreno fra la Spagna e il Marocco. Di conseguenza, si tratta del solo confine terrestre tra Europa e Africa, o ancora fra Unione Europea e Africa. La molteplice identità di questo confine, la sua particolare posizione strategica sul Mediterraneo, l’unicità della storia delle due città autonome spagnole: tanti fattori contribuiscono a rendere le realtà di Ceuta e Melilla a dir poco singolari.

Le due città autonome hanno un ruolo centrale anche nel processo migratorio: le persone che desiderano richiedere asilo in Unione Europea spesso attraversano il confine fra Spagna e Marocco, correndo numerosi rischi e affrontando la situazione di accoglienza precaria di Melilla.

Questo articolo deriva da un’investigazione sul campo a Melilla, condotta intervistando organizzazioni umanitarie che operano nell’ambito dell’accoglienza migranti. La redazione di Mediorientamoci ha avuto modo di visitare Melilla, di parlare con diversi operatori umanitari sul campo, di visitare il Centro de Estancia Temporal de Inmigrantes e di condurre una ricerca sulle condizioni di ricezione dei migranti.


Il castello di Melilla la Vieja con le bandiere delle comunità autonome spagnole


Storia

La storia antica di Melilla si intreccia con quella dei fenici, dell’impero romano e delle invasioni dei Vandali in Nord Africa. Nel 1497, nell’ambito della Reconquista – la riconquista dei territori occupati dai musulmani nella Penisola Iberica – Melilla venne occupata dagli spagnoli, entrando a far parte del paese. Dal 1995 Melilla è riconosciuta come città autonoma della Spagna e ha una rappresentanza politica in Parlamento.

Il Marocco ha ripetutamente rivendicato la propria sovranità su Melilla – un esempio è l’assedio alla città, durato 100 giorni, avvenuto nel XVIII secolo. Anche dopo la nascita dell’attuale regno del Marocco – ufficialmente nel 1956 – le rivendicazioni sono state diverse, e hanno incluso Ceuta e le isole spagnole al largo di Melilla.

Inoltre, bisogna ricordare il periodo dell’occupazione spagnola nel nord del Marocco, dal 1912 al 1956: i decenni della colonizzazione giocano un ruolo fondamentale nel disequilibrio di potere fra Spagna e Marocco.


Il forte di Melilla la Vieja che dà sul Mar Mediterraneo


Accordo di Buona Vicinanza

Da quando la Spagna è entrata nell’Unione Europea (1986) e nello Spazio Schengen (1991) il confine fra Melilla e il Marocco ha acquisito sempre maggiore rilevanza.

Se prima la Spagna poteva gestire le proprie relazioni con il Marocco autonomamente, dagli anni ’90 la questione assume importanza comunitaria per l’Unione, che ha interesse a controllare e gestire il proprio confine terrestre.

Uno dei primi passi è stato firmare l’Accordo di Buona Vicinanza (1993), che aumenta le misure di cooperazione fra i due paesi ma soprattutto permette agli abitanti di Nador – la provincia marocchina che circonda Melilla – di entrare liberamente nella città spagnola, senza bisogno di visto. I cittadini marocchini possono attraversare la frontiera regolarmente, usando il proprio documento di identificazione nazionale, e trascorrere la giornata a Melilla per commerciare, vendere, comprare, fare visita ad amici e parenti. L’unica condizione da rispettare è di non pernottare – si può trascorrere solo la giornata in Spagna.

Questo accordo crea una situazione totalmente diversa da quella di altri territori di frontiera, specialmente se si considera la straordinarietà di Melilla – insieme a Ceuta, unico confine terrestre tra Unione Europea e Africa. Tuttavia, come vedremo più avanti, durante l’emergenza COVID questo accordo si è trasformato in una trappola.


Accordo del 1992

Un’ulteriore misura legale che regola i transiti migratori tra Melilla e Marocco è l’accordo del 1992, quasi dimenticato ma sempre in vigore.

Tale documento consente il rimpatrio dei migranti entrati clandestinamente, da qualsiasi dei due lati, in un tempo massimo di dieci giorni. La misura si applica anche ai migranti di paesi terzi, ad esempio: se un migrante maliano riesce ad entrare illegalmente dal Marocco a Melilla, quindi in Spagna e quindi in Unione Europea, secondo questo accordo la Spagna ha il diritto di rimandarlo in Marocco.

L’accordo crea una situazione pericolosa soprattutto se si considerano la pratica della polizia marocchina di rispedire i migranti al confine con l’Algeria, e due principi del diritto internazionale. Il primo, quello del non-refoulement, impedisce agli stati europei di rimpatriare qualcuno nel proprio paese d’origine nel caso in cui tale stato non sia in grado di proteggere il cittadino. Il secondo è il principio della protezione par ricochet, ovvero l’impossibilità per uno stato europeo di espellere un cittadino di uno stato secondo verso uno stato terzo che possa infrangere i suoi diritti umani.

Nonostante il Marocco sia firmatario della maggior parte dei principali trattati sui diritti umani e che sia considerato paese sicuro da molti, le violenze commesse dalle autorità sono numerose e documentate: rimandando un migrante in Marocco, si rischia di infrangere entrambi i principi sopra menzionati.


Migrazione: attraversare la frontiera

Per la sua posizione strategica, Melilla ha vissuto diverse fasi di migrazione. I flussi di persone che raggiungono il confine e cercano di entrare in Unione Europea, per chiedere asilo o per continuare il proprio viaggio verso il continente, cambiano continuamente e riflettono le crisi che scuotono l’Africa e il mondo.

In questo momento la maggior parte della comunità migrante proviene dai paesi del Sahel, ovvero la regione Sub-Sahariana dell’Africa che include Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad, Sudan, Eritrea. In particolare si segnalano la presenza di migranti maliani, burkinabé, sudanesi e ciadiani.

Nei primi anni dello scorso decennio si segnalava la presenza massiccia di migranti palestinesi, siriani e nordafricani, in particolare da Tunisia, Algeria e Marocco. Verso il 2015 la presenza siriana, così come nel resto dell’Europa, è aumentata a dismisura.

Ma qual è il percorso di un migrante che vuole entrare a Melilla? E che differenza c’è per un migrante nordafricano o mediorientale, e uno sub-sahariano, al momento di attraversare il confine, vivere a Melilla ed eventualmente proseguire verso la penisola iberica?


Innanzitutto, le modalità di ingresso per le due “categorie” sono diverse. Grazie all’accordo di buona vicinanza che abbiamo discusso sopra, i marocchini con residenza a Nador non affrontano particolari ostacoli all’attraversare la frontiera tra Melilla e Nador. Detto ciò, un migrante nordafricano, mediorientale, o che all’apparenza può farsi passare per marocchino, preferirà procurarsi un documento falso che attesti la propria residenza a Nador ed entrare a Melilla fingendosi marocchino.

Ciò non è ugualmente facile per un migrante dalla pelle nera. Spesso i migranti sub-sahariani sono costretti ad arrampicarsi e scavalcare la recinzione che separa Melilla e Nador, correndo tutti i rischi del caso. La recinzione è composta da tre muri alti sei metri, preceduti da un fossato e sormontata da filo spinato; è pesantemente sorvegliata su entrambi i lati e i casi di violenza - anche estrema - da entrambe le parti del confine sono ampiamente registrati.

Prima di attraversare la recinzione, i migranti trascorrono anche mesi accampati sui monti marocchini che circondano Melilla. L’unico modo per avere una chance di scavalcare la recinzione è muoversi in grandi gruppi, che saltino il recinto tutti insieme e riescano a far fronte alla polizia che prontamente giunge a fermare i flussi.

Bisogna ricordare anche che Melilla non è che il punto di arrivo di un lungo percorso, spesso difficoltoso, e costellato di violenze - in special modo se si parla di migranti donne o bambini.


Foto della recinzione che separa Melilla e Marocco


Migrazione: a Melilla

Una volta entrati in Unione Europea, i migranti hanno diritto a essere assistiti dalle autorità locali e a chiedere asilo, se lo vogliono.

I pochi migranti che riescono a superare, oltre al lungo viaggio fino alla Spagna, anche il tentativo della polizia spagnola di fermarli, vengono assistiti dal Governo e dalle organizzazioni umanitarie che operano sul territorio. Se si tratta di persone minorenni, queste vengono inviate al Centro de Menores, se si tratta di maggiorenni la situazione si complica.

Infatti, a Melilla esiste un CETI - Centro de Estancia Temporal de Inmigrantes - destinato all’accoglienza di quei migranti che sono arrivati in Spagna e che hanno bisogno di assistenza. Solo i maggiorenni possono accedervi, ma le linee guida che regolano l’ingresso nel centro cambiano continuamente e spesso discriminano in base alla nazionalità. Per esempio, ora le direttive non permettono di accogliere persone di nazionalità marocchina, algerina o tunisina nel CETI. Questa direttiva è verificabile osservando la popolazione che oggigiorno abita il centro: si tratta esclusivamente di migranti provenienti dal Sahel, principalmente maliani, ciadiani, sudanesi e burkinabé.

Un’altra pratica perlomeno discutibile che viene messa in atto dalle autorità è quella di far firmare ad alcuni dei migranti che attraversano la frontiera un ordine di espulsione. Firmando tale documento, che viene consegnato esclusivamente in spagnolo senza traduzione, quest’ultimo dà il proprio consenso alla propria espulsione da Melilla.

Per i migranti di nazionalità marocchina, algerina o tunisina, che non siano minorenni, e che quindi non abbiano modo di accedere a un centro di accoglienza, una delle soluzioni più frequenti è di vivere per le strade di Melilla, in attesa di trovare un modo per viaggiare verso Malaga e, quindi, il resto della Spagna.


Migrazione: la richiesta di asilo

Non per tutti i migranti la Spagna è la destinazione finale. Per molti si tratta di un transito, un passaggio obbligato prima di raggiungere altri paesi europei dove presentare la propria domanda di asilo.

Per quelli che decidono di richiedere lo status di rifugiato proprio in Spagna, però, la situazione si frammenta ulteriormente. In Spagna esistono infatti due modalità di richiesta di asilo: una accelerata, e una chiamata “por territorio”. Entrambe hanno struttura simile: il migrante presenta richiesta, rilascia documentazione utile a dimostrare le ragioni per cui sta chiedendo asilo (si è perseguitati per via della propria nazionalità, idea politica, etnia, religione, o per appartenere a un particolare gruppo sociale, come stabilito dalla Convenzione di Ginevra), dopodiché riceve un avvocato difensore con cui affronta l’intervista in cui si può conoscere meglio la sua storia. Dopo l’intervista la domanda viene o rifiutata, e allora il migrante si ritrova in situazione di illegalità, o ammessa, e questo significa che il suo fascicolo verrà inviato a Madrid per essere esaminato. Alla fine di questo esame gli verrà garantito o negato lo status di rifugiato.

Nella pratica accelerata, però, il migrante deve preparare i documenti e la propria intervista in 4 giorni, ovvero il tempo limite in cui lo stato deve decidere se la sua domanda sarà rifiutata o ammessa - per poi andare a Madrid. Nella pratica “por territorio” il migrante ha più tempo a disposizione, anche per prepararsi e raccogliere tutti i dati necessari.

Inutile dire quale delle due pratiche garantisca il maggior rispetto dei diritti umani, permettendo al migrante di ricevere l’adeguata assistenza e preparazione ad affrontare l’intervista.

Già al primo step, ovvero quando la domanda viene ammessa all’esame dopo l’intervista, il richiedente asilo acquisisce notevoli diritti. Ad esempio, ha diritto a ricevere la tessera sanitaria e di muoversi liberamente su tutto il territorio spagnolo. Prima del 2021, quando una sentenza ha stabilito quest’ultimo diritto, ai richiedenti asilo di Ceuta e Melilla era negato di spostarsi verso la penisola fino a quando la loro richiesta di asilo veniva - eventualmente - accettata in maniera definitiva.


Particolare del castello di Melilla la Vieja


Emergenza COVID

Allo scoppio della pandemia, come molti altri paesi al mondo, il Marocco ha chiuso le proprie frontiere terrestri.

La particolarità del confine marocchino con la Spagna ha però creato una situazione di limbo per molti cittadini marocchini. In particolare, chi proveniva dalla provincia di Nador e si era recato a Melilla per la propria giornata di lavoro, si è ritrovato bloccato in Spagna: diverse decine di marocchini sono prigionieri di Melilla da due anni.

Ma com’è possibile?

Come spiegato sopra, gli abitanti di Nador hanno diritto a entrare a Melilla senza visto, a patto che non si fermino a dormire. Chi si era recato in Spagna quel giorno aveva con sé il necessario per la giornata, e di certo non un visto per entrare in Unione Europea.

Dopo la chiusura della frontiera, questi cittadini non avevano modo di rientrare via terra in Marocco - il loro paese. Gli unici modi per rientrare sarebbero stati prendere un aereo da Melilla al Marocco, o di volare (o prendere un traghetto) verso la penisola e poi viaggiare nuovamente verso il Marocco (via aerea o mare). Tutti paradossali, considerato che normalmente basta attraversare un posto di blocco frontaliero, e irraggiungibili, se si pensa che per imbarcarsi su un aereo o per entrare nel resto della Spagna è necessario avere un passaporto e un visto. Senza parlare delle risorse economiche: chi si porterebbe grandi somme di denaro per affrontare una normale giornata di lavoro?

I lavoratori di Nador si sono quindi ritrovati intrappolati a Melilla, senza risorse economiche né burocratiche, impossibilitati a fare ritorno a casa propria. Insieme ad alcuni gruppi di migranti che avevano saltato la recinzione durante il lockdown sono stati accolti prima in uno spazio normalmente dedicato all’organizzazione di matrimoni, e poi nella Plaza de Toros di Melilla. In entrambi i casi i diritti umani e le condizioni igieniche non venivano rispettate: la quarantena avveniva in locali angusti e privi di bagno, le toilette dovevano essere condivise da decine di persone, e l’assistenza era ridotta al minimo.

È di un mese fa la notizia che Spagna e Marocco abbiano deciso di riaprire la frontiera.


Le case colorate sono in territorio marocchino, mentre da questo lato si è in Spagna


Conclusione

Melilla e Ceuta sono realtà a dir poco singolari. I flussi di persone che le attraversano sono regolati da numerosi trattati e accordi, che ora si sovrappongono e ora si contraddicono.

La violenza delle autorità, il razzismo, il difficile percorso che porta i migranti a raggiungere l’Europa e richiedere asilo, le contraddizioni della legge: tanti sono gli elementi che potrebbero dipingere un quadro tragico e senza speranza di Melilla, città trappola e unica via di fuga allo stesso tempo.

Senza essere eccessivamente pessimisti, né inutilmente ingenui, si può analizzare la realtà migratoria di questa città così peculiare con un occhio di riguardo al futuro. Ciò che è accaduto con i rifugiati ucraini, ovvero la garanzia di protezione internazionale con procedimento facilitato, è un esempio notevole di come la volontà politica sia dietro all’applicazione o alla mancata tale di misure legislative già in vigore.

Il titolo di questo articolo è “frammenti”, e non “frammento”, nonostante si parli esclusivamente della città di Melilla. Non è una scelta casuale: frammenti, al plurale, perché non si può parlare di un’interezza quando si parla di Melilla - città sfaccettata, ora spagnola, ora marocchina; ora musulmana, ora indù, ora ebrea; ora araba, ora europea, ora asiatica; ora Europa, che si fa fregio della sua civiltà, ora laboratorio silente dove si opera la violazione sistemica dei diritti umani. Frammenti, perché con la giusta volontà politica si possono rinsaldare queste schegge e ridare forma all’unità e alla compattezza - anche umana - con cui l’Unione Europea deve e dovrebbe sempre operare.


Avana Amadei


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