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L’obiezione di coscienza al servizio militare: i refusenik israeliani


Costruire una Nazione: il ruolo dell’esercito

La società israeliana è stata, fin dalle origini, un microcosmo eterogeneo, non solo per la più comune distinzione che si compie tra ebrei, palestinesi e (a volte) drusi. Anche all’interno del mondo ebraico si assiste a una diversità sorprendente: askhenaziti, mizrahim, ebrei laici, ebrei religiosi, ebrei ortodossi ‘moderni’, ebrei ultraortodossi, sono termini che delineano l’eterogeneità israeliana lungo linee etniche e religiose. Per non parlare delle distinzioni ideologiche[1]. Già all’alba della fondazione dello Stato, si era coscienti della necessità di forgiare (sostanzialmente dal nulla) un’identità nazionale che potesse accomunare gruppi così diversi per provenienza, abitudini, stili di vita. In quel momento, pochi conoscevano la lingua ebraica moderna, codificata artificialmente solo all’inizio del Novecento; molti erano appena arrivati nella nuova patria; tutti tendevano a trascorrere la propria vita nella comunità di provenienza. Uno dei metodi più efficaci di modellare l’ethos nazionale si rivelò essere il servizio militare, contesto in cui si parlava la lingua ebraica e si entrava in contatto con persone di origine diversa. Magari il servizio militare era l’occasione in cui un ebreo proveniente dalla Polonia conosceva per la prima volta un ebreo proveniente dal Marocco. La leva obbligatoria ha inoltre contribuito ad alimentare l’idea di Israele come Nazione in armi, pronta a combattere in qualsiasi momento all’interno di un contesto geopolitico ostile. Servire nell’esercito in Israele non è una questione di destra, sinistra o centro. Soprattutto fino a poco tempo fa, chi entrava in politica dopo aver fatto carriera nell’esercito veniva considerato più affidabile rispetto a un politico senza successi militari alle spalle.


Un murales in una trincea israeliana della Guerra dello Yom Kippur: tre ebrei (da sinistra, un ultraortodosso, un laico e un religioso) si abbracciano nel contesto della comune esperienza dell’esercito. La scritta è traducibile come: “Noi uomini siamo fratelli” (Foto dell’autrice)


Eppure, la società israeliana degli ultimi anni ha visto crescere un fenomeno in controtendenza rispetto a questa visione ben consolidata dell’esercito: quello degli “obiettori di coscienza”. L’obiezione di coscienza al servizio militare è stata riconosciuta dalle Nazioni Unite come un diritto, diritto che discende a sua volta dalla libertà di pensiero, religione e coscienza, presenti nella Dichiarazione universale dei diritti umani. In Israele si possono identificare due principali tipi di obiettori: quelli che si rifiutano di servire per motivi politici da un lato, e i pacifisti ‘genuini’ dall’altro. Entrambi i tipi di refusenik sono giudicati da un’apposita Commissione (“Conscience Committee”) composta da cinque membri, di cui quattro militari e un accademico. È la Commissione a stabilire se si tratta di un obiettore ‘pacifista’ o ‘politico’, e la distinzione è cruciale: ai primi è garantita la possibilità di essere esentati dal servizio militare obbligatorio, ai secondi no.


Tra pacifismo e politica

In realtà, anche gli obiettori pacifisti hanno enormi difficoltà a convincere la Commissione che il loro rifiuto non è motivato da ragioni politiche legate specificamente al contesto israeliano. Molti di loro, dopo essere stati ascoltati dalla Commissione, non vengono riconosciuti dalla stessa come pacifisti ‘genuini’, e sono quindi costretti a passare del tempo in prigione. Infatti, rifiutarsi di servire nell’esercito in Israele è perseguibile penalmente[2]. Tuttavia qualcuno riesce a far valere il proprio caso. Il ragionamento è questo: “Il motivo del mio rifiuto è l’opposizione a qualsiasi forma di violenza; non è l’opposizione all’occupazione israeliana dei Territori palestinesi in sé, che motiverebbe invece un obiettore ‘politico’. No, io non servirei neanche nell’esercito di una Nazione come la Svizzera, perché mi oppongo all’essenza di qualsiasi esercito, a qualsiasi forma di violenza. L’occupazione da parte del nostro esercito è una delle tante forme di violenza, e non è la radice del mio rifiuto”.

Al contrario, gli obiettori politici, a cui non è garantita l’esenzione dalla leva, parlano apertamente di “occupazione” e “scelte del governo” come motivo alla base del loro rifiuto. Sanno già in partenza che dovranno trascorrere del tempo in carcere dopo essere stati giudicati dalla Commissione.

Al pari degli obiettori pacifisti, anche quelli politici sono perlopiù adolescenti che hanno concluso la scuola superiore e si apprestano a compiere il servizio militare obbligatorio. La differenza è che i ‘politici’ citano l’occupazione e l’apartheid perpetrati da Israele a danno dei palestinesi come motivo del loro rifiuto di servire nell’esercito. Alcuni di loro hanno dichiarato apertamente questa posizione nella “Lettera degli Shministim” del gennaio 2021, che prende il nome dal termine ebraico designante gli studenti dell’ultimo anno di superiori, termine che era stato utilizzato per fini analoghi già nel 1970. Negli ultimi 50 anni, infatti, diversi studenti hanno scritto lettere pubbliche in cui dichiaravano il loro rifiuto di prestare servizio militare, nei Territori occupati o in generale.


Giovani obiettori di coscienza israeliani fuori da un centro di arruolamento a Tel Hashomer (Oren Ziv)


Recentemente, nel giugno 2020, 400 studenti avevano scritto un’altra lettera all’allora leadership israeliana in cui chiedevano di fermare i piani di annessione di parte della Cisgiordania.

Gli obiettori citano spesso l’incontro in prima persona con i palestinesi o la possibilità di guardare con i propri occhi la realtà dell’occupazione, dell’apartheid e delle politiche di pulizia etnica come esperienze determinanti e non paragonabili all’informarsi online o leggere dell’occupazione su un libro. A tal proposito è importante ricordare che in Israele la tendenza dominante è quella a non sapere, o a far finta di non sapere, ciò che avviene al di là del muro di separazione. Nell’istruzione la narrativa palestinese è completamente assente; la storia viene insegnata in chiave esclusivamente israeliana. Solo a livello universitario si trovano voci discordanti in tal senso. Ogni aspetto della vita è volto a tenere le due realtà separate: per esempio, i militari dispiegati ai checkpoint tendono a essere spostati altrove dopo non molto tempo, per evitare di instaurare un rapporto più o meno umano con i palestinesi che passano quotidianamente i controlli. È quindi molto difficile, sia per gli israeliani, sia per i palestinesi, riuscire a conoscere personalmente l’altra parte.

Ma, nel loro piccolo, gli obiettori di coscienza tentano di mandare un messaggio anche ai palestinesi. È chiaro che essi rimangono un numero esiguo se comparati agli israeliani che intendono, o addirittura desiderano, prestare servizio nell’esercito. Ma l’esistenza degli obiettori rimane comunque un segnale significativo, considerando il ruolo che l’esercito ha giocato nella storia di Israele e il velo di impunità che lo circonda e, forse, rappresenta anche un segnale di speranza in una realtà che si tende solitamente a guardare con pessimismo.


Ilaria Licitra



Fonti:

https://www.tabletmag.com/sections/israel-middle-east/articles/idf-conscientious-objectors

https://www.arabnews.com/node/1928766

https://www.972mag.com/four-conscientious-objectors-israel-army/

https://www.972mag.com/conscientious-objector-shahar-peretz/

[1] Gli ashkenaziti sono gli ebrei provenienti dall’Europa orientale, i mizrahim quelli provenienti dai Paesi arabi. Gli ebrei laici si definiscono etnicamente ebrei, ma assegnano relativamente poca importanza alla religione; gli ebrei religiosi sono gli ebrei che rispettano e celebrano le feste religiose; gli ortodossi moderni sono ortodossi nel senso che vedono lo Stato d’Israele come punto di inizio della salvezza divina, ma anche moderni nel senso che sono parte integrante della società moderna; infine, gli ultra-ortodossi sono religiosamente i più radicali, e non sono necessariamente parte della società – più spesso vivono in una loro società separata. Anche dal punto di vista ideologico esistono numerose distinzioni: ad esempio, le varie forme di sionismo, il neo-sionismo, il post-sionismo. [2] Specifichiamo che esistono casi in cui sono ammesse delle deroghe al servizio militare obbligatorio: i palestinesi con cittadinanza israeliana sono esentati informalmente; gli ebrei haredim lo sono de facto; le donne ortodosse possono richiedere di essere esentate; infine, si può chiedere di essere esentati per motivi di salute mentale, licenza che è relativamente facile da ottenere. Ricordiamo anche che in Israele l’aver servito nell’esercito rappresenta un “plus” anche per il proprio futuro lavorativo: in parole povere, svolgere il servizio militare obbligatorio “fa curriculum”.

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